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MES, Recovery Plan e Recovery Fund: che cosa sono e perché non possiamo non sapere

MES, Recovery Plan e Recovery Fund: che cosa sono e perché non possiamo non sapere

MES, Recovery Plan, Recovery Fund. Sono nomi e sigle che stiamo imparando a conoscere leggendo i giornali e guardando i telegiornali. Dietro a questi nomi si celano meccanismi complessi, miliardi di euro e si gioca anche buona parte della partita che dovrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica causata dalla pandemia.

IL MES: il Meccanismo Europeo di Stabilità (noto anche come Fondo salva stati) nasce nel 2012, ed è un fondo europeo partecipato dalla stragrande maggioranza dei paesi dell’eurozona, con il compito di intervenire qualora uno Stato in difficoltà finanziarie ne dovesse fare richiesta. Ogni paese partecipante versa una quota, che va a comporre la disponibilità vera e propria del fondo. Il MES interviene su richiesta dei singoli paesi in difficoltà prestando denaro a tasso fisso o variabile e acquistando titoli di Stato. La sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi di euro. L’aiuto però non viene concesso sulla fiducia, ma dietro la presenza di clausole e garanzie abbastanza strette (semplificando molto si tratta in sostanza dell’evoluzione della famosa “troika”).

Lo Stato che richiede il prestito dovrà infatti impegnarsi ad intervenire per riformare pesantemente quei punti deboli che hanno contribuito a causato la situazione di difficoltà. Questo aspetto, che ha evidentemente una sua logica, andrebbe però attuato con criterio. Il fondo infatti è intervenuto in passato in Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro e Grecia con alterne fortune. In particolare è stato molto discusso il suo operato in questo ultimo paese, dove le condizioni poste per concedere gli aiuti furono considerate estremamente severe (a posteriori anche dalla stessa Unione Europea).

RECOVERY PLAN, RECOVERY FUND O PNRR?: Nel Luglio 2020 l’Unione Europea ha approvato il programma Next Generation EU, noto anche come Recovery Fund. Si tratta di un fondo speciale che attraverso l’emissione di titoli europei sosterrà i progetti e le riforme presentate dai singoli Stati. L’importo stanziato è senza precedenti, 750 miliardi di euro suddivisi in 360 miliardi sotto forma di prestiti e 390 miliardi a fondo perduto. L’Italia è il paese che sulla carta ne trarrà il maggior beneficio, con 127 miliardi di prestiti e circa 69 miliardi a fondo perduto. Gli importi ricevuti andranno impegnati al 100% entro il 2023, ed i progetti dovranno essere tutti conclusi entro il 2026. Ogni Stato deve quindi presentare un proprio piano dove spiega nel dettaglio come ed in quali progetti ha intenzione di spendere quei soldi. Dovrà quindi preparare il proprio Recovery plan nazionale, che in Italia è noto come Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il piano individua alcuni obbiettivi principali (digitalizzazione, ambiente, infrastrutture, istruzione, salute, ecc) ed al momento è all’esame del Senato (http://senato.it/leg/18/BGT/Schede/docnonleg/41806.htm). Il tempo stringe in quanto il termine per la presentazione all’Unione Europea scade il 30 aprile 2021; alcuni paesi hanno già presentato il proprio piano, altri lo stanno completando. Difficilmente l’Europa sarà intransigente in caso di tardiva presentazione. È pur vero d’altra parte che più si va in là coi tempi, più tardi si riceveranno i fondi. Si tratta di una questione fondamentale per il governo Draghi, tant’è vero che il suo predecessore è caduto (anche) per questo, almeno ufficialmente. I soldi sul tavolo sono tanti e bisogna dimostrare di sapere come utilizzarli. Ne saremo capaci?

Circa l'autore

Simone Forte

Nato a Tortona nel 1984, consegue la Laurea in Scienze politiche presso l'Università degli studi di Pavia. Appassionato di storia, rock, sport, cinema ed economia, ma non in questo ordine. Scrive per far capire, ma soprattutto per capire. « La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale. » (John M. Keynes)

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