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FAQ ENTI TERZO SETTORE – PARTE 3

FAQ ENTI TERZO SETTORE – PARTE 3

Le Pro Loco e i comitati palio che diventano aps, come gestiscono il rapporto tra le loro entrate con p.iva e le potenzialmente più basse ‘entrate istituzionali’? questione entrate derivanti da somministrazione di alimenti e bevande.

 

E’ fondamentale la valutazione dei costi figurativi: nello specifico i costi dei volontari i costi figurativi relativi all’impiego di volontari iscritti nel registro di cui all’articolo 17 , comma 1 del decreto legislativo 2 agosto 2017, n. 117 e s.m.i.; Sotto il profilo metodologico il comma 2-bis, dell’articolo 79, deve essere applicato separatamente per ogni attività. A titolo esemplificativo, se l ’ Ente (non impresa sociale) attua tre attività, tutte meritevoli di tutela sociale, ai sensi dell’ articolo 5, CTS, dovranno essere condotti tre Test per comprendere la natura delle singole attività Partendo dunque dal dato normativo:

  • le attività di interesse generale si considerano non commerciali qualora i ricavi non superino di oltre il 6 per cento i relativi costi per ciascun periodo d’imposta;
  • se i ricavi sono superiori ma entro il range del 6 per cento, ciò non può persistere oltre tre periodi d’imposta consecutivi; segue che:

 

 

Relativamente all’attività i-esima a) dell’ ETS:
Attività i-esima a) => Non commerciale se: Costi di a)/ Proventi di a) > 1,6
Attività i-esima a) => Commerciale se: Costi di a)/ Proventi di a) < 1,6
Mentre, con riferimento al criterio della prevalenza di cui al comma 5,

art. 79

Attività i-esima => commerciale se:

(Entrate commerciali + contributi + raccolta fondi )> (contributi + raccolta fondi + prestazioni gratuite)

Attività i-esima => non è commerciale se

(Entrate commerciali + contributi + raccolta fondi )< (contributi + raccolta fondi

+ prestazioni gratuite)

 

L’ipotesi prende in esame un ETS che svolge due attività di interesse generale dalle quali consegue proventi complessivi pari a 60: di cui l’attività A origina proventi pari a 35; mentre l’attività B presenta ricavi pari a 20, che risultano entrambi non commerciali in quanto rispettano i parametri sopra descritti, ma con la differenza che per l’attività B i proventi (20) eccedono i costi effettivi seppur nella soglia di tolleranza del 6%. L’ETS riceve, inoltre, erogazioni liberali pari a 3, e proventi da raccolta fondi occasionale pari a 2, oltre che conseguire proventi da attività “diverse” secondarie e strumentali (sempre commerciali) per 40. Nello scenario descritto risulta che, ai fini tributari, l’ETS presenta natura non commerciale in quanto le entrate non commerciali (35+20+3+2) sono superiori a quelle commerciali (40). Tuttavia, qualora la situazione presentata si dovesse verificare per altri due esercizi, i proventi generati dall’attività B diverrebbero commerciali, con la conseguenza che l’ETS perderebbe lo status di ETS non commerciale, in quanto i proventi commerciali (20 +40) supererebbero quelli non commerciali (35+3+2).

 

 

NON commercialità finché non margino, difficoltà sul pareggio e Test commercialità

 

 

 

 

Si ipotizza un ETS con 2 attività di interesse generale Attività 1 e Attività 2, Attività diverse, 2 attività

decommercializzate/non commerciali Donazione e Quote associative.

Attività 1:

Entrate 100

Costi 120

Disavanzo 20

L’Attività 1 è non commerciale in quanto antieconomica (in perdita)

Attività 2:

Entrate 120

Costi 100

Avanzo 20

L’Attività 2 è non commerciale in quanto le Entrate (120) > Costi (100) < 1,6

Attività diversa :

Proventi 250

Costi 120

Avanzo 130

L’attività in ogni caso è commerciale in quanto diversa.

Donazione 100

Quote Associative 150

Per definire la natura dell’Ente segue il calcolo del seguente rapporto: Entrate Attività 1+Entrate Attività 2+Donazione+Quote Associative= 100+120+100+150 =1,88

Proventi attività diverse 250

Il rapporto genera un valore maggiore di 1, ovvero prevalenza delle attività non commerciali, pertanto la

natura dell’ente è “non commerciale”.

Si attendono però alcuni chiarimenti rispetto a due aspetti cruciali.

Per molte realtà associative l’attività è essenziale per il relativo sostentamento ma la stessa, seppur fiscalmente agevolata, non è espressamente indicata tra quelle di interesse generale e pertanto i relativi ricavi potrebbero, si teme, essere ascritti alle attività diverse che possono essere svolte solo nei limiti del Decreto – non ancora approdato in Gazzetta Ufficiale – che definisce il concetto di strumentalità e secondarietà.

 

 

Quando sarà in vigore la nuova fiscalità, le associazioni cosiddette ‘culturali’ che avevano 398 cosa/come potranno gestire quelle che ora sono considerate entrate decommercializzate (quote associative, corrispettivi specifici dei soci/tesserati per l’attività in diretta attuazione degli scopi istituzionali, ecc.- 148 TUIR)

 

Almeno per il momento, gli enti associativi potranno continuare ad applicare il regime forfettario di determinazione del reddito e dell’Iva di cui alla L. n. 398/1991..

La riforma del Terzo settore “segna il passo” e anche nell’anno 2024 l’applicabilità della stessa non è integrale. Non è ancora arrivato il “via libera” della Commissione europea sulle disposizioni di cui al Titolo X del D.lgs. del 3 luglio 2017. L’organo dell’Unione europea sarà tenuto ad esprimersi sui regimi forfettari di determinazione del reddito previsti dalla Riforma. L’applicazione della riforma sarà così integrale solo con decorrenza dall’anno successivo a quello in cui sarà pervenuto il predetto parere. Sarà quindi necessario attendere almeno fino al 1° gennaio 2025. Ciò a condizione che il “via libera” definitivo arrivi nel corso del nuovo anno 2024.

Nel frattempo, come chiarito anche dall’Agenzia delle Entrate, l’iscrizione nel Registro Unico Nazionale se da una parte consente di fruire di numerosi benefici, e tra questi la partecipazione al contributo del 5 per mille, dall’altra non fa venire meno la possibilità di applicare alcune disposizioni ancora oggi estremamente favorevoli.

Sarà ancora possibile, per l’intero anno 2024, a continuare ad applicare la disciplina che prevede la decommercializzazione dei proventi di cui all’art. 148 del TUIR. Ciò a condizione che i relativi statuti abbiano recepito al loro interno tutte le “clausole previste dal comma 3. Un discorso completamente diverso deve essere effettuato per l’applicazione della corrispondente disposizione ai fini Iva, cioè l’art. 4 del D.P.R. n. 633/1972. A tutt’oggi la disposizione è in vigore ed applicabile, ma dal 1° luglio prossimo, fatto salvo un eventuale ed ulteriore rinvio, le prestazioni decommercializzate, cioè irrilevanti ai fini Iva, assumeranno la qualificazione di operazioni esenti. Ciò a condizione, naturalmente, che gli statuti siano adeguati ed abbiano recepito, come ai fini delle imposte sui redditi, le “clausole” di cui all’art. 4 del Decreto Iva.

La disposizione si è resa necessaria per superare l’apertura del procedimento di infrazione UE nei confronti dell’Italia. Dal 1° luglio prossimo numerosi enti associativi saranno di fatto obbligati a richiedere l’attribuzione del numero di partita Iva e sorgeranno, quale ulteriore conseguenza, ulteriori adempimenti.

Infatti, le relative prestazioni dovranno essere tutte fatturate salvo il caso in cui l’ente associativo non si avvalga della “dispensa dagli adempimenti per le operazioni esenti” di cui all’art. 36-bis del D.P.R. n. 633/1972.

Si consideri ad esempio un ente associativo il cui oggetto sociale sia costituito dalla diffusione dell’arte della fotografia e che per il conseguimento dell’oggetto proceda con l’organizzazione di corsi di fotografia a pagamento verso gli associati. Fino al 30 giugno prossimo le predette prestazioni sono decommercializzate. Dal 1° luglio 2024 le medesime operazioni avranno natura commerciale. Conseguentemente, l’incasso dei corrispettivi pagati dagli associati dovranno essere fatturati indipendentemente dalla circostanza che tali soggetti richiedano espressamente il rilascio della relativa fattura. L’obbligo della fatturazione dovrà essere assolto per ogni singola prestazione.

L’unico modo per scongiurare l’obbligo di emissione della fattura, che potrà essere assolto esclusivamente in formato elettronico, consiste nell’esercizio dell’opzione per la dispensa dagli adempimenti. L’esonero riguarda anche gli obblighi di registrazione. L’obbligo di emissione della fattura permane laddove il destinatario della prestazione ne faccia espressa richiesta non oltre il momento di effettuazione dell’operazione. Tuttavia, è poco probabile che l’associato richieda il documento non potendo utilizzare lo stesso ai fini fiscali non traendone alcun vantaggio.

 

 

Per qualsiasi ulteriore informazione o curiosità, non esitare a scriverci.

Monica Manfredini

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